Un gatto nero si muove in Italia da 40 anni nel mondo dell’ arte. Sergio Campagnolo scelse quel marchio nel 1986 come simbolo dell’ ufficio stampa Studio Esseci creato a Padova per orientare la comunicazione di mostre, rassegne, eventi e divenuto nel tempo uno dei punti di riferimento del panorama culturale nazionale. Ne ha fatta di strada quello studente universitario appena ventenne e pieno di idee destinato a diventare un medico che cambiò rotta per caso inventandosi un mestiere di incognite e grandi soddisfazioni.
    Dopo aver curato più di 1200 mostre acclamate e di nicchia, quel ragazzo figlio di contadini appassionato di giardinaggio, gatti neri, viaggi e lunghe camminate che continua a vivere a Resana, il paesino del trevigiano dove è nato, lascia a fine gennaio il testimone ai collaboratori di cui si è circondato. ”Sono in grado di fare molto meglio di me ed essendo essendo giovani possono interpretare i cambiamenti radicali che vediamo ogni giorno – dice all’ ANSA, quasi sorpreso dal migliaio di messaggi ricevuti dopo l’ annuncio della sua uscita di scena – Io mi riservo altri spazi di attività, seguirò sentieri nuovi”.
    Come è cominciata questa avventura? “Studiavo medicina a Padova, collaboravo con alcuni quotidiani ed ero ospite dell’ Abbazia benedettina di Santa Giustina dove c’è un collegio universitario. Organizzarono una mostra e mi chiesero di occuparmi dell’ ufficio stampa. Non sapevo cosa fosse ma con l’ incoscienza dell’ età ho detto sì. Andò molto bene e sono arrivati subito i primi contatti. Ho lasciato medicina, mio padre non mi ha rivolto la parola per un po’ di anni e mi sono inventato questo lavoro”. Sergio sorride ricordando che all’ epoca l’ ufficio stampa era inteso come pubbliche relazioni affidate molto spesso a nobildonne dall’ atteggiamento salottiero. ”Io Campagnolo di nome e di fatto, non potevo permettermi di farlo così e ho creato un modo diverso”. Lasciata medicina, con una laurea in sociologia e una al Dams in lettere, musica e spettacolo, prima di concentrarsi sull’ arte Sergio aveva avuto esperienze di comunicazione con aziende farmaceutiche, l’ Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l’Associazione italiana costruzioni acciaio, e nel sociale. ”Ho sperimentato molto e tutto mi è tornato utile. Non è così normale che uno studio di provincia, al di fuori dei grandi circuiti dell’ arte e della comunicazione riesca da Padova, come abbiamo fatto noi, ad avere per anni una bandierina in ogni regione d’ Italia, escluso il Molise”. Il segreto? ”Aver intessuto rapporti umani prima ancora che professionali con personalità che ci hanno dato fiducia. Un buon terzo degli incarichi ci sono venuti tramite giornalisti che ci hanno segnalato ai promotori. E’ stata la soddisfazione maggiore”.
    Come è cambiato il mondo degli uffici stampa? ”Oggi gran parte della comunicazione passa – è fisiologico, non è una critica – attraverso il web dove trovi situazioni di grande qualificazione ma anche tanto utilizzo di copia-incolla. Non c’è il tempo di andare a vedere le mostre, spesso si scrive a tavolino. L’ ufficio stampa ha il dovere di far risaltare il progetto il più possibile, ma per forza di cose è di parte. Il critico dovrebbe dare una visione oggettiva”. Che segno ha lasciato Studio Esseci? ”Ho la sensazione di aver fatto in alcuni ambiti da apripista. C’erano grandi uffici stampa ma abbiamo creato qualche cosa di nuovo e interessante, un modo, uno stile”. La maggiore soddisfazione? ”Avere avuto la comunicazione per tutto il territorio nazionale degli eventi culturali per i 150 anni dell’ Unità d’ Italia. E aver curato per l’ ItaliaTefaf Maastricht e New York, vale a dire gli appuntamenti clou dell’ antiquariato mondiale”. Il ricordo più emozionante? ”Una quindicina di anni fa quando Marco Goldin organizzò per un gruppo di giornalisti una visita a porte chiuse al Louvre lasciandoci da soli davanti alla Gioconda e alla Nike”. La lezione ricevuta in tanti anni sul campo? ”Imparare dagli altri, dai colleghi arrivano suggestioni che possono diventare patrimonio lavorativo. Ho ottenuto più di quanto sperassi e immaginassi”. Dal primo febbraio, dunque, il gatto nero di Studio Esseci continuerà a lasciare tracce in giro ma i compagni di viaggio di Sergio Campagnolo ne hanno guadagnato da tempo uno in carne e ossa. E’ Fulmine, il micio della portinaia: ogni mattina gratta la porta dell’ ufficio per farsi aprire e accomodarsi sulla poltrona davanti alla stanza del capo.
   

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